Confederazione Calcistica Italiana, il calcio oltre il calcio: sport, inclusione e nuove discipline

Il calcio italiano non è soltanto Serie A, grandi stadi, televisioni e calciomercato. Esiste un universo molto più ampio, fatto di migliaia di persone che ogni settimana scendono in campo praticando discipline differenti, spesso lontano dai grandi riflettori.

È proprio all’interno di questo spazio che sta crescendo la Confederazione Calcistica Italiana (CCI), guidata dal presidente Andrea Montemurro, rinata con l’ambizione di creare una casa comune capace di rappresentare e valorizzare il calcio nelle sue molteplici espressioni.

Dal calcio a 3 al calcio a 7 e al calcio a 8, passando per beach soccer, walking football e altre discipline legate al mondo del pallone, il principio è semplice: non deve esistere un calcio considerato di serie B soltanto perché meno conosciuto o meno presente sui grandi mezzi di comunicazione.

Una filosofia sintetizzata nella missione della Confederazione: “Il calcio in tutte le sue forme”.

Una realtà in crescita

La crescita registrata in poco tempo racconta come esista una domanda di rappresentanza anche al di fuori dei tradizionali confini del calcio. Già alla fine del 2025, a pochi mesi dall’assemblea costitutiva, RaiNews parlava di un movimento di oltre 60 mila atleti. (RaiNews)

Ma la crescita della CCI non si misura esclusivamente attraverso i numeri.

L’obiettivo è soprattutto costruire identità e riconoscibilità intorno a discipline che, pur contando migliaia di praticanti, faticano spesso a conquistare attenzione mediatica.

Significa organizzare campionati e manifestazioni, creare rappresentative nazionali, portare gli atleti nelle competizioni internazionali e trasformare appuntamenti che fino a pochi anni fa interessavano prevalentemente gli addetti ai lavori in eventi capaci di attirare pubblico, partner e mezzi di informazione.

Una sfida che riguarda anche la cultura sportiva: convincere il pubblico che il calcio possa essere raccontato e vissuto in tanti modi diversi.

Dal calcio a 3 al calcio a 8, un pallone con tante identità

È probabilmente questo l’aspetto più originale del progetto della Confederazione.

Non scegliere una sola disciplina, ma provare a costruire un sistema nel quale ciascuna possa conservare la propria identità trovando contemporaneamente una rappresentanza comune.

Quando venne costituita la nuova CCI, tra gli obiettivi dichiarati c’era proprio quello di riunire in una stessa famiglia realtà differenti: calcio a 8, calcio a 7, calcio a 3, beach soccer, walking football, padbol, freestyle e altre forme del gioco.

Un’impostazione che prova anche a intercettare l’evoluzione delle abitudini sportive. Il calcio contemporaneo non si pratica più esclusivamente undici contro undici e non appartiene soltanto ai giovani agonisti.

Si gioca nei centri sportivi, sulle spiagge e nelle piazze. Si può giocare tre contro tre oppure otto contro otto. Si può continuare a farlo anche in età adulta attraverso formule studiate per rendere l’attività accessibile a fasce sempre più ampie della popolazione.

Ed è proprio questa pluralità che la Confederazione vuole trasformare da elemento di frammentazione a punto di forza.

Quando il risultato più importante non è quello del campo

C’è poi un secondo fronte che sta assumendo un peso sempre maggiore: il sociale.

Qui il pallone smette di essere semplicemente lo strumento con cui vincere una partita e diventa un mezzo per creare relazioni, abbattere barriere e restituire centralità a persone che troppo spesso hanno poche occasioni per sentirsi protagoniste di un grande evento sportivo.

Ma forse l’immagine che meglio racconta questa filosofia è quella di Play for Humanity – Il calcio che unisce.

Nell’edizione romana del 2025 bambini, persone con diverse tipologie di disabilità e over 50 sono stati protagonisti della stessa manifestazione, tra partite, giochi, attività sportive e momenti di socializzazione. Un’iniziativa raccontata anche da Repubblica, LaPresse e SportMediaset.

È un modo diverso di intendere l’inclusione: non creare semplicemente uno spazio separato dedicato alla fragilità, ma fare in modo che la diversità diventi parte naturale dello stesso evento.

“Dare spazio a chi ne ha avuto meno”

La linea indicata dal presidente Andrea Montemurro parte proprio da questo concetto: utilizzare la forza popolare del calcio per accendere i riflettori anche su chi normalmente ne riceve meno.

«Il nostro obiettivo principale è quello di promuovere discipline al momento lasciate nell’ombra e valorizzare attività sociali e inclusive», aveva spiegato Andrea Montemurro illustrando il progetto della Confederazione.

Una dichiarazione che aiuta a comprendere anche la direzione futura della CCI.

Perché la vera sfida non sarà soltanto aumentare il numero dei tesserati o delle competizioni, ma riuscire a trasformare questa crescita quantitativa in autorevolezza sportiva, riconoscibilità mediatica e impatto sociale.

Più persone significa infatti maggiore responsabilità: organizzazione, qualità degli eventi, tutela degli atleti, formazione, comunicazione e capacità di costruire partnership solide.

Un’altra idea di calcio

In un’epoca nella quale il racconto del pallone è dominato inevitabilmente dai grandi club, dai diritti televisivi e da un’industria che muove miliardi di euro, l’esperienza della Confederazione Calcistica Italiana prova dunque a percorrere una strada differente.

Non sostituire il calcio professionistico e neppure contrapporsi ad esso, ma allargare il perimetro di ciò che consideriamo calcio.

Dentro quel perimetro possono esserci il bambino che sogna una maglia azzurra, l’adulto che continua a giocare per passione, l’atleta con disabilità che partecipa a una finale nazionale, una Nazionale di calcio a 7 o di calcio a 8 e una nuova disciplina che cerca spazio e riconoscimento.

Esperienze profondamente diverse, accomunate dallo stesso pallone.

Ed è forse proprio qui che si trova la scommessa più interessante della Confederazione: far crescere un movimento nel quale l’importanza di una disciplina non venga misurata soltanto dal pubblico sugli spalti o dal valore economico che riesce a generare, ma dalle persone che riesce a coinvolgere.

Perché esistono molti modi di giocare a calcio. E, soprattutto, dovrebbe esistere spazio per tutti.

 

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